Il tramonto dei grandi ideali e la politica senza bussola

                    L'analisi   

Il collasso della legge elettorale alla Camera svela la vera natura della politica contemporanea: un teatro di ombre privo di visioni a lungo termine, dove la destra si ritrova incastrata in binari non suoi e la sinistra festeggia il nulla, mentre l'economia reale affonda

Politica italiana senza bussola: il voto sulle preferenze e la crisi della rappresentanza

Il tramonto dei grandi ideali novecenteschi ha trasformato radicalmente lo scenario politico italiano. Quella che un tempo era una polarizzazione fondata su precise visioni del mondo appare oggi sempre più sostituita da un pragmatismo esasperato, nel quale simboli e appartenenze storiche rischiano di ridursi a semplici etichette di marketing elettorale. Il voto del 14 luglio a Montecitorio, con la bocciatura per un solo voto dell'emendamento che puntava a reintrodurre le preferenze nella nuova legge elettorale, rappresenta bene questa stagione politica priva di riferimenti certi. Ma al di là dei numeri e dei giochi parlamentari, quella votazione ha aperto una crepa più profonda. Per una parte degli italiani che avevano riposto fiducia nell'attuale esecutivo, il risultato può essere letto come un ulteriore campanello d'allarme sulle priorità della politica e sulla distanza tra aspettative e risultati. 

La reazione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è arrivata immediatamente attraverso i social.
"Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude", ha scritto la premier, sottolineando la compattezza delle opposizioni e, nello stesso tempo, l'assenza di diversi voti anche all'interno della maggioranza. Ed è proprio questo il punto politicamente più significativo. La sconfitta non può essere attribuita soltanto all'azione dell'opposizione: il voto segreto ha infatti messo in evidenza anche tensioni e contraddizioni presenti nello stesso schieramento di governo. La questione, dunque, non riguarda soltanto le preferenze. Riguarda il rapporto tra elettori e rappresentanti, tra partiti e cittadini, tra una politica che rivendica il consenso popolare e un sistema nel quale la scelta dei parlamentari rimane in larga misura condizionata dalle liste e dalle decisioni delle segreterie.

Pensioni, salari e l'evaporazione della sinistra
Mentre i palazzi della politica si concentrano sulle regole del gioco elettorale, il Paese reale continua a misurarsi con problemi molto più concreti: il potere d'acquisto, il livello degli stipendi, la condizione dei pensionati e la crescente difficoltà di molte famiglie ad arrivare alla fine del mese. È su questo terreno che la politica rischia di perdere il contatto con la società. La sinistra storica, nata per rappresentare le classi lavoratrices e combattere le disuguaglianze, ha progressivamente modificato la propria identità. Nella lettura critica di questa trasformazione, il Partito Democratico appare oggi distante da una parte significativa del mondo del lavoro e delle periferie sociali, mentre ha finito per privilegiare temi e sensibilità maggiormente radicati nei ceti urbani. La sua capacità di ritrovare una certa compattezza sembra emergere soprattutto quando si tratta di contrastare l'avversario politico. Anche il voto sulle preferenze può essere letto attraverso questa lente: la bocciatura dell'emendamento ha impedito il ritorno di uno strumento che avrebbe restituito agli elettori una maggiore possibilità di incidere direttamente sulla scelta dei propri rappresentanti. È una questione che va oltre la contrapposizione tra destra e sinistra. Quando il cittadino percepisce di poter scegliere soltanto il simbolo di un partito, ma non realmente le persone destinate a rappresentarlo, la distanza tra istituzioni e società tende inevitabilmente ad aumentare.

Ucraina, Europa e interesse nazionale 
La frattura politica italiana non riguarda soltanto il sistema elettorale. Riguarda anche la politica economica e la collocazione internazionale del Paese. Il conflitto in Ucraina rappresenta uno dei terrains sui quali questa distanza appare più evidente. Il Partito Democratico continua a sostenere il rafforzamento del sostegno militare a Kyev e il mantenimento di una linea fortemente ancorata alle posizioni europee e atlantiche. Da una prospettiva critica, questa impostazione rischia di sacrificare la tradizionale vocazione diplomatica italiana sull'altare di una logica di contrapposizione permanente. La domanda che dovrebbe essere posta è soprattutto una: quale deve essere il ruolo dell'Italia in uno scenario internazionale sempre più instabile? Sostenere l'Ucraina e mantenere gli impegni internazionali non significa necessariamente rinunciare alla ricerca di una soluzione diplomatica. Al contrario, proprio un Paese come l'Italia potrebbe rivendicare un ruolo più attivo nella costruzione di percorsi negoziali e nella ricerca di una soluzione politica al conflitto. È su questo terreno che la politica dovrebbe recuperare una propria autonomia di giudizio. Non per rompere le alleanze internazionali, ma per ricordare che ogni alleanza deve necessariamente convivere con la tutela dell'interesse nazionale.

La maggioranza e il peso dell'eredità politica
Anche sul governo Meloni, però, è necessario evitare letture troppo semplicistiche. La premier ha certamente responsabilità politiche sulle scelte compiute dal proprio esecutivo e non può sottrarsi al giudizio degli elettori. Ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare il contesto nel quale il governo si è trovato ad agire e la continuità di alcune scelte di politica economica e internazionale maturate negli anni precedenti. L'eredità dei governi che hanno preceduto l'attuale esecutivo, compresa la stagione Draghi e le successive scelte europee e internazionali, ha contribuito a definire un perimetro dentro il quale qualsiasi governo si trova oggi a muoversi. Questo non significa parlare di una responsabilità esclusiva di altri. Significa, piuttosto, riconoscere che la politica italiana è rimasta per anni dentro vincoli economici, europei e geopolitici difficili da modificare rapidamente. Ed è forse proprio questo il paradosso della stagione attuale: un governo nato anche sulla promessa di una discontinuità rispetto al passato si trova a dover governare dentro un quadro in larga parte già definito.

Una politica che deve tornare a guardare gli italiani
Il voto del 14 luglio non è quindi soltanto la storia di una maggioranza battuta per un voto. È il sintomo di una crisis più profonda della rappresentanza politica. La politica italiana rischia di trasformarsi in una macchina amministrativa senza anima, concentrata sulle procedure, sulle alleanze parlamentari e sulla comunicazione quotidiana, mentre fuori dai palazzi cresce la domanda di risposte concrete. Pensioni, salari, potere d'acquisto, lavoro, sicurezza economica e futuro delle giovani generazioni dovrebbero tornare al centro dell'agenda nazionale. Il cittadino non chiede soltanto di essere chiamato alle urne. Chiede di sentirsi rappresentato. E forse è proprio questa la lezione più importante del 14 luglio: non basta vincere le elezioni. Bisogna riuscire a mantenere vivo il rapporto con chi quelle elezioni le ha rese possibili. Se la politica continuerà a parlare prevalentemente a se stessa, il rischio sarà quello di lasciare campo libero alla disillusione e alla sfiducia. Se invece saprà tornare a occuparsi concretamente dell'Italia, dei suoi lavoratori, dei suoi pensionati e delle famiglie che ogni giorno fanno i conti con difficoltà sempre più pesanti, potrà forse recuperare quella funzione di rappresentanza che negli ultimi decenni è andata progressivamente smarrendosi. Perché la vera sfida, oggi, non è soltanto decidere chi debba sedere in Parlamento. È restituire ai cittadini la sensazione che la politica sia ancora capace di ascoltarli, rappresentarli e, soprattutto, occuparsi delle loro vite. https://www.enzodimicco.com/