La verticalizzazione del conflitto sociale dal caso Grumo Nevano alla rissa politica
Tutto, secondo le prime ricostruzioni, nascerebbe da una situazione apparentemente banale: una pallonata, un vetro rotto, una discussione. È proprio questo il punto. La nostra società sembra aver progressivamente smarrito la capacità di gestire il conflitto nella sua forma più elementare: parlare, discutere, fermarsi. Una parola diventa un'offesa. Un rimprovero diventa una provocazione. Una provocazione diventa una sfida. E la sfida, troppo spesso, pretende una risposta fisica. È una escalation pericolosa, perché in pochi istanti si passa dalla normalità alla violenza. E quando la violenza prende il sopravvento, non esistono più proporzioni. Il vero problema comincia quando l'altro smette di essere una persona
C'è un particolare dell'accaduto che, più di altri, dovrebbe farci riflettere: l'uomo era già a terra. È qui che, al di là delle responsabilità che dovranno essere accertate, l'episodio assume un significato che supera il singolo caso. Una persona a terra dovrebbe rappresentare il limite. Dovrebbe essere il momento nel quale ci si ferma. Colpire qualcuno che non è più in condizione di difendersi significa invece oltrepassare quel limite. E quando quel limite viene oltrepassato, non siamo più soltanto davanti alla rabbia o alla perdita di controllo: dobbiamo interrogarci sul valore che attribuiamo all'altro.
E poi ci sono i social. La scena è stata ripresa e le immagini hanno iniziato a circolare. Anche questo elemento merita attenzione. Viviamo in una società nella quale la violenza viene spesso filmata prima ancora di essere fermata. Si prende il telefono, si registra, si condivide. Il rischio è che la tragedia diventi contenuto, che l'aggressione diventi spettacolo e che l'indignazione duri il tempo necessario a scorrere il video successivo. Ma quelle immagini non raccontano una scena di intrattenimento. Raccontano un uomo che potrebbe aver rischiato la vita.
Sarebbe troppo facile liquidare tutto con la formula “sono i giovani di oggi”. Non credo sia questa la risposta. La violenza giovanile è anche il prodotto di un contesto adulto. Famiglia, scuola, istituzioni, territorio, modelli culturali e comunicazione contribuiscono, in modi diversi, alla costruzione dei comportamenti. Un ragazzo non cresce dentro un vuoto. Assorbe ciò che vede, ciò che ascolta, ciò che gli viene consentito e, talvolta, anche ciò che gli viene perdonato. Per questo non servono soltanto più controlli e pene più severe. Servono regole, certamente. Ma servono soprattutto educazione al limite, rispetto dell'altro e capacità di riconoscere l'autorevolezza senza confonderla con la prepotenza. Se il linguaggio del potere diventa aggressivo, cosa resta alla società?
C'è poi un altro aspetto sul quale, personalmente, credo sia necessario avere il coraggio di soffermarsi. La violenza non è soltanto quella di un pugno o di un calcio. Esiste anche una violenza del linguaggio, quella che entra quotidianamente nelle case attraverso la politica, quella nazionale e quella nei Consigli comunali, i talk show, i social e una comunicazione pubblica sempre più muscolare. Da una parte chiediamo ai ragazzi di rispettare le regole, di non reagire con la forza, di imparare a controllare rabbia e frustrazione. Dall'altra assistiamo troppo spesso a una classe dirigente che sembra aver trasformato l'aggressività verbale in uno strumento ordinario del confronto politico. L'avversario diventa un nemico. La critica diventa un attacco. Il dissenso diventa un tradimento. La politica diventa una rissa permanente. E allora sarebbe ipocrita non porsi una domanda: quale esempio stiamo dando a chi cresce dentro questa società?
Non sto dicendo che un linguaggio politico aggressivo trasformi automaticamente un giovane in un violento. Sarebbe una semplificazione assurda. Sto dicendo qualcosa di diverso: il clima culturale nel quale viviamo conta. E quando il malgoverno produce precarietà, sfiducia, periferie dimenticate, servizi che non funzionano e una crescente sensazione di abbandono, la politica dovrebbe avere il compito di abbassare la temperatura sociale, non di alzarla. Invece troppo spesso accade il contrario. Si governa attraverso gli slogan. Si risponde alla complessità con frasi urlate. Si alimenta la contrapposizione perché la contrapposizione porta consenso. E mentre sopra si urla, sotto qualcuno finisce per convincersi che urlare più forte, imporsi con la prepotenza o usare la forza sia l'unico modo per farsi rispettare. È qui che la politica dovrebbe interrogarsi. Perché governare non significa soltanto amministrare un territorio o approvare una legge. Significa anche costruire un modello di convivenza. E quando quel modello si impoverisce, quando il rispetto viene sostituito dall'insulto e l'autorevolezza dalla prepotenza, non possiamo poi sorprenderci se una parte della società finisce per riflettere, nel proprio piccolo, la stessa brutalità che vede quotidianamente rappresentata.
Naturalmente, la responsabilità penale di ciò che è accaduto a Grumo Nevano dovrà essere accertata dalla magistratura. Ma la responsabilità sociale è un'altra cosa. E quella riguarda tutti. Riguarda il ragazzo che avrebbe sferrato quel calcio. Riguarda gli adulti che devono educare. Riguarda una comunità che non può assistere passivamente. E riguarda anche una politica che dovrebbe smettere di pensare che le parole siano innocue. Le parole costruiscono il clima. Il clima costruisce i comportamenti. E i comportamenti, qualche volta, producono tragedie.
Forse è questo il vero insegnamento che dovremmo ricavare da quella scena di Grumo Nevano. Non soltanto chiederci quanto sia diventato violento un ragazzo. Dovremmo avere il coraggio di chiederci quanto sia diventata violenta, aggressiva e intollerante la società che lo ha cresciuto. Una comunità non può voltarsi dall'altra parte. Grumo Nevano oggi si trova davanti a una vicenda dolorosa. C'è un anziano che combatte per la propria salute. C'è un ragazzo di 18 anni chiamato a rispondere davanti alla giustizia di un'accusa gravissima. E c'è una comunità che deve interrogarsi. Perché la domanda, alla fine, non è soltanto: “Chi ha ragione?”. La domanda più importante è un'altra: “Come siamo arrivati fin qui?”.
La risposta non può essere affidata soltanto a un tribunale. La giustizia dovrà stabilire le responsabilità penali. La società, invece, dovrebbe provare a capire quelle culturali ed educative. Perché una pallonata può rompere un vetro. Una discussione può rompere un rapporto. Ma quando un calcio alla testa rischia di spezzare una vita, allora siamo davanti a qualcosa che riguarda tutti. E forse è proprio da quell'uomo a terra che dovremmo ricominciare a parlare di rispetto. Ma anche di responsabilità. Di quella individuale, certo. E di quella collettiva, che troppo spesso la politica preferisce non vedere.
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